lunedì 17 aprile 2017

APPELLO: FERMIAMO I SIGNORI DELLA GUERRA

FERMIAMO I SIGNORI DELLA GUERRA

Trovo vergognosa l’indifferenza con cui noi assistiamo a una ‘guerra mondiale a pezzetti’ , a una carneficina spaventosa come quella in Siria, a un attacco missilistico da parte di Trump contro la base militare di Hayrat in Siria ,ora allo sgancio della Super- Bomba GBU-43 (la madre di tutte le bombe) in Afghanistan e a un’incombente minaccia nucleare.
L’Italia , secondo l’Osservatorio sulle armi , spendere quest’anno 23 miliardi di euro in armi (l’1,18% del Pil) che significa 64 milioni di euro al giorno! Ora Trump, che porterà il bilancio militare USA a 700 miliardi di dollari, sta premendo perché l’Italia arrivi al 2% del Pil che significherebbe 100 milioni di euro al giorno. “Pronti a rivedere le spese militari- ha risposto la ministra della Difesa  R. Pinotti- come ce lo chiede l’America .”La Pinotti ha annunciato anche  che vuole realizzare il Pentagono italiano a Centocelle (Roma) dove sorgerà una nuova struttura con i vertici di tutte le forze armate. La nostra ministra della Difesa ha inoltre preparato il Libro Bianco della Difesa in cui si afferma che l’Italia andrà in guerra ovunque  i suoi interessi vitali saranno minacciati. E’ un autentico golpe democratico che cancella l’articolo 11 della Costituzione. Dobbiamo appellarci al Parlamento italiano perchè non lo approvi. Il Libro Bianco inoltre definisce l’industria militare italiana ‘pilastro del Sistema paese’ . ” Infatti nel 2015 abbiamo esportato armi pesanti per un valore di oltre sette miliardi di euro! Vendendo armi ai peggiori regimi come l’Arabia Saudita . Questo in barba alla legge 185/90 che vieta la vendita di armi a paesi in guerra o dove i diritti umani sono violati. L’Arabia Saudita è in guerra contro lo Yemen, dove vengono bombardati perfino i civili con orribili tecniche speciali. Secondo l’ONU, nello Yemen è in atto una delle più gravi crisi umanitarie del Pianeta. All’Arabia Saudita abbiamo venduto bombe aeree MK82, MK83, MK84, prodotte dall’azienda RMW Italia con sede legale a Ghedi (Brescia) e fabbrica a Domusnovas in Sardegna. Abbiamo venduto armi anche al Qatar e agli Emirati arabi con cui quei paesi armano i gruppi jihadisti in Iraq, in Libia, ma soprattutto in Siria dov’è in atto una delle guerre più spaventose del Medio Oriente.In sei anni di guerra ci sono stati 500.000 morti e dodici milioni di rifugiati o sfollati su una popolazione di 22 milioni! Come italiani, stiamo assistendo indifferenti alla tragica guerra civile in Libia, da noi causata con la guerra contro Gheddafi. E ora , per fermare il flusso dei migranti, abbiamo avuto la spudoratezza di firmare un Memorandum con il governo libico di El Serraj che non riesce neanche a controllare Tripoli. E così aiutiamo la Libia a frantumarsi ancora di più. E con altrettanta noncuranza assistiamo a guerre in Sud Sudan, Somalia, Sudan, Centrafrica, Mali. Senza parlare di ciò che avviene nel cuore dell’Africa in Congo e Burundi. E siamo in guerra in Afghanistan : una guerra che dura da 15 anni ed è costata agli italiani 6,6 miliardi di euro.
Mentre in Europa stiamo assistendo in silenzio al nuovo schieramento della NATO nei paesi baltici e nei paesi confinanti con la Russia. In Romania, la NATO ha schierato razzi anti-missili e altrettanto ha fatto in Polonia a Redzikovo. Ben cinquemila soldati americani sono stati spostati in quei paesi. Anche il nostro governo ha inviato 140 soldati italiani in Lettonia. Mosca ha risposto schierando a Kalinin- grad Iscander ordigni atomici, i 135-30. Siamo ritornati alla Guerra Fredda con il terrore nucleare incombente. (La lancetta dell’Orologio dell’Apocalisse a New York è stata spostata a due minuti dalla mezzanotte come ai tempi della Guerra Fredda).
Ecco perché all’ONU si sta lavorando per un Trattato sul disarmo nucleare promosso dalle nazioni che non possiedono il nucleare, mentre le 9 nazioni che la possiedono non vi partecipano. E’ incredibile che il governo Gentiloni ritenga che tale Conferenza “costituisca un elemento fortemente divisivo “, per cui l’Italia non vi partecipa. Eppure l’Italia ha sul territorio una settantina di vecchie bombe atomiche che ora verranno rimpiazzate dalle più micidiali B61-12.  Quanta ipocrisia da parte del nostro governo!
Davanti a una così grave situazione, non riesco a capire il quasi silenzio del movimento italiano per la pace. Una cosa è chiara: siamo frantumati in tanti rivoli, ognuno occupato a portare avanti le proprie istanze! Quand’è che decideremo di metterci insieme e di scendere unitariamente  in piazza per contestare un governo sempre più guerrafondaio? Perché non rimettiamo tutti le bandiere della pace sui nostri balconi?Ma ancora più male mi fa il silenzio della CEI e delle comunità cristiane. Questo nonostante le forti prese di posizione sulla guerra di Papa Francesco. E’ un magistero il suo, di una lucidità e forza straordinaria. Quando verrà recepito dai nostri vescovi, sacerdoti, comunità cristiane? Dopo il suo recente messaggio inviato alla Conferenza ONU, in cui ci dice che “ dobbiamo impegnarci per un mondo senza armi nucleari”, non si potrebbe pensare a una straordinaria Perugia- Assisi, promossa dalle realtà ecclesiali insieme a tutte le altre realtà, per dare forza al tentativo della Nazioni unite di mettere al bando le armi atomiche e dire basta alla  ‘follia’ delle guerre e dell’industria delle armi? Sarebbe questo il regalo di Pasqua che Papa Francesco ci chiede: “Fermate i signori della guerra, la violenza distrugge il mondo e a guadagnarci sono solo loro.”

Alex Zanotelli
  
Napoli,14 aprile 2017                                                                                           

domenica 12 marzo 2017

Uranio impoverito, la strage dimenticata dei soldati italiani: 340 morti e 4 mila malati



Uranio impoverito, la strage dimenticata dei soldati italiani: 
340 morti e 4 mila malati

L’ultima vittima di pochi giorni fa: Claudio Caboni, colonnello dell’Esercito, stroncato da un cancro linfatico.
Le 43 sentenze di risarcimento e i lavori della commissione parlamentare (la quarta): «Presto una nuova legge»
di Alessandro Fulloni

L’ultima morte risale al mese scorso. Claudio Caboni, colonnello dell’Esercito, 59 anni. Un curriculum lungo così. Aviatore dell’aviazione leggera, a lungo nella «Brigata Sassari». Oltre venti missioni all'estero. Lascia moglie, Maria Assunta, e la figlia Federica, stremato da un cancro linfatico diagnosticato nel 2014. Era stato sui fronti più caldi che dall’inizio del 1990 hanno visto impegnati i reparti italiani: Kosovo, Iraq, Afghanistan. Un nome e un cognome, i suoi, che adesso diventano un numero. Questo: il 340. Ovvero 340 morti — a cui devono essere aggiunti circa 4 mila malati — per le conseguenze del contatto con l’uranio impoverito. Parliamo dell’«U238», il materiale con cui si fanno i proiettili di artiglieria che perfora le corazze dei tank. Ma che sviluppa temperature così alte che nebulizza i metalli, creando particelle che se inalate o ingerite possono causare forme tumorali. 

Dai Balcani a Kabul, 43 sentenze di risarcimento
Cifre, come l’ultima riguardante la morte del colonnello della «Sassari», che non rientrano nel bilancio crudo di una battaglia, persa o vittoriosa. Eppure quel che è successo nelle nostre missioni militari più recenti, dai Balcani all’Afghanistan, si configura come uno degli scenari più luttuosi nella storia delle forze armate italiane. Caduti come a Dogali, sul Carso, a El Alamein, o al «check point Pasta». Da vent’anni i reduci dalle missioni Nato in Afghanistan, Bosnia, Kosovo e Iraq si ammalano per le conseguenze dell’uso di questo tipo di arma. Tra tribunali amministrativi e civili — sono i puntuali numeri forniti dall’Osservatorio Militare presieduto da Domenico Leggiero, ex pilota dell’Aeronautica — ci sono già 43 sentenze di risarcimento. Tra queste 13 sono passate in giudicato.

La battaglia dei familiari delle vittime

I familiari dei morti, o gli stessi malati, in una ventina di casi hanno ricevuto gli indennizzi: che si aggirano — parliamo delle cause relative ai decessi — attorno al milione di euro. Tra soldati morti e bambini malformati: l’uranio impoverito uccide nel silenzio. La prima vittoria giuridica è stata quella del 3 novembre 2012, quando il Tribunale civile di Roma stabilì, con una sentenza, che a uccidere Andrea Antonaci (militare che aveva prestato servizio in Bosnia), era stato l’uranio impoverito. Motivo per cui il ministero della Difesa fu condannato a pagare quasi un milione di euro ai familiari, perché finalmente era stato stabilito il nesso causale fra la patologia contratta dal ragazzo (un linfoma di Hodgkin) e l’esposizione all’U235.

Il diario straziante dell’incursore Danise

Il «bollettino di guerra» si aggiorna, purtroppo, di frequente: lo sorso anno aveva toccato l’Italia la morte di Gianluca Danise, incursore dell’Aeronautica, veterano di tante missioni all’estero, Kosovo, Albania, Eritrea, Afghanistan, Iraq e Gibuti (sfiorate l’icona blu per leggere la sua storia sul «Corriere»). Strazianti, ma al tempo stesso colme d’amore indirizzato alla famiglia, le parole lasciate nel suo diario online che raccontano la sua malattia: «Ho paura di morire e non poter dare un futuro a mia moglie e a mia figlia... Ho paura di morire prima di aver sistemato la maledetta burocrazia militare e civile...». Non è escluso che il male che lo ha stroncato si sia sviluppato in Kosovo.

«Gli americani giravano in tute da marziani»
«Vedevamo gli americani e ci chiedevamo perché girassero bardati a quel modo — aveva raccontato Danise —. Sembravano marziani. Sembravano personaggi di quei film tipo “Virus”. Avevano attrezzature per maneggiare i materiali di cui noi non disponevamo. Non ci siamo mai chiesti perché loro fossero cosi equipaggiati, pensavamo fossero loro a esagerare. Dopo il Kosovo, al rientro dalla seconda missione che ho fatto in Eritrea, cominciai a leggere i giornali e mi si gelò il sangue. Era l’epoca in cui si iniziava a parlare dell’uranio impoverito. Speravo di non essere tra gli sfortunati. Invece nel 2010 è toccato anche a me. È partito tutto da un mal di orecchie e mi si è stravolta la vita». Danise era morto nel dicembre 2015 e a febbraio 2016 la moglie aveva denunciato: «Non ho ancora avuto notizie sulla pensione di mio marito, non ho i soldi per vivere» 

Quattro commissioni parlamentari d’inchiesta

Per fare luce sui numeri di questa «battaglia» dimenticata non sono servite tre commissioni d’inchiesta parlamentari. Regolarmente azzoppate dal crollo anticipato delle legislature. Ora ne è decollata una quarta, presieduta dal deputato Pd Gian Piero Scanu. Che ha ricevuto da Mauro Pili, suo collega di Unidos, il fascicolo riguardante Caboni. E acquisito dalla commissione. I cui lavori marciano spediti. In questi giorni alla Camera sono stati sentiti ufficiali e medici delle Forze Armate. L’obiettivo? Scanu parla di «un atto di indirizzo che impegni governo e Parlamento ad attuare con la massima tempestività le disposizioni che la Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito della Camera indicherà come non più procrastinabili». Insomma: una legge che chiarisca di chi sono le colpe e soprattutto come debbano essere definiti gli indennizzi.
9 marzo 2017

martedì 10 maggio 2016

RELAZIONE 2016 SULL'EXPORT DI ARMI: LA TABELLA DELLE BANCHE ARMATE!

dal sito http://www.banchearmate.it/home.htm


La Relazione 2016 del governo Renzi sull'export di armamenti non ha ripristinato la trasparenza sulle operazioni svolte dalle banche: non solo non ha reintodotto l'elenco di dettaglio delle operazioni bancarie (scomparso dal 2008 senza alcuna giustificazione al Parlamento), ma invece dell'elenco delle "Operazioni Autorizzate" riporta anche quest'anno solo quello delle "Operazioni segnalate", quelle cioè che ogni anno svolge ogni banca, ma che non permettono di risalire all'intera operazione autotizzata. Ecco i primi commenti e le tabelle:

 Tutta la Relazione 2016: dal sito del Senato e della Camera

 La Tabella 2016 delle "banche armate" (in .pdf) 

 Banche e programmi intergovernativi (in .pdf)

lunedì 31 agosto 2015

corpi civili di pace: il sogno diventa realtà

http://www.difesacivilenonviolenta.org/corpi-civili-di-pace-il-sogno-diventa-realta/


di Diego Cipriani – per Italia Caritas
Finalmente pubblicato il decreto del governo che disciplina individuazione e impiego di 500 giovani che, nel mondo, opereranno in aree a rischio di conflitto o emergenza ambientale. Sperimentazione delicata: entro l’anno il primo contingente?
Corpi civili pace sognoEra stato il sogno di don Tonino Bello, il vescovo di Molfetta presidente di Pax Christi che, nel dicembre 1992, si era messo alla testa dei 500 pacifisti che avevano sfidato l’assedio di Sarajevo per realizzare “un’altra Onu: quella dei popoli, della base”. Si era concretizzato in un progetto che Alex Langer, eurodeputato “verde” altoatesino, a metà degli anni Novanta, aveva presentato al Parlamento europeo, per creare un “Corpo civile di pace europeo”. Finalmente quel sogno e quel progetto stanno per diventare realtà.
La legge di stabilità per il 2014 ha stanziato 3 milioni di euro per il triennio 2014-2016, al fine di istituire un “contingente di corpi civili di pace, destinati alla formazione e alla sperimentazione della presenza di 500 giovani volontari da impegnare in azioni di pace non governative nelle aree di conflitto o a rischio di conflitto o nelle aree di emergenza ambientale”. Dopo 17 mesi, è arrivato l’atteso decreto del ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il ministro degli esteri, che detta le linee sull’organizzazione dei Corpi civili di pace.
Sei campi d’azione
È interessante notare che nelle premesse del decreto viene esplicitamente citato il famoso rapporto «Un’Agenda per la pace» che il Segretario generale delle Nazioni Unite stilò nel 1992 per disegnare, all’indomani della fine della guerra fredda e della prima guerra del Golfo, i nuovi compiti che attendevano l’Onu di fronte alle sfide della pace. Diplomazia preventiva, pacificazione, mantenimento della pace e costruzione della pace dopo un conflitto sono compiti che, seppur trasformati in questi decenni, sono entrati ormai nella prassi delle organizzazioni internazionali in caso di conflitto. In tutte queste fasi d’intervento, viene contemplata la presenza di personale civile non armato (che in alcuni casi, si preferisce al personale militare in armi), a sottolineare come la soluzione dei conflitti e la costruzione della pace non passino necessariamente per la via delle armi.
È quello che da anni anche il movimento per la pace in Italia chiede alle istituzioni, sulla scorta dell’esperienza degli obiettori di coscienza al servizio militare che, per 40 anni, hanno realizzato una “difesa della patria” civile, non armata e nonviolenta. È quello, inoltre, che migliaia di “caschi bianchi” hanno fatto in questi ultimi anni col loro servizio civile all’estero.
Ma come verranno organizzati questi Ccp?
I corpi civili di pace potranno agire nelle aree di conflitto o a rischio di conflitto, oppure nelle aree di emergenza ambientale, in sei campi d’azione: il sostegno ai processi di democratizzazione, di mediazione e di riconciliazione; il sostegno alla società civile locale per la risoluzione dei conflitti; il monitoraggio del rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario; le attività umanitarie, inclusi il sostegno a profughi, sfollati e migranti, e il reinserimento sociale degli ex combattenti; l’educazione alla pace; il sostegno alla popolazione civile che fronteggia emergenze ambientali, nella prevenzione e gestione dei conflitti generati da tali emergenze.
Trattandosi di una sperimentazione, e non possedendo già l’Italia un “corpo” di civili da dispiegare in situazioni particolari, a realizzare queste azioni saranno i giovani del Servizio civile nazionale, che verranno inseriti in progetti speciali che gli enti proporranno e che si potranno avvalere della partecipazione attiva di attori locali, in un’ottica di cooperazione.
Formazione intensiva
Gli enti dovranno indicare nei progetti che intendono proporre la tipologia del conflitto o dell’emergenza ambientale nella quale intervenire, le modalità di attuazione, le attività da svolgere e l’impatto di queste sulle dinamiche del conflitto, nonché le modalità di coinvolgimento dei giovani in servizio civile, le caratteristiche di idoneità fisica e psicologica, di preparazione e specializzazione personale che questi dovranno possedere, la conoscenza delle lingue straniere richiesta e i programmi dei percorsi formativi.
A proposito di formazione dei volontari, quella generale teorico-pratica durerà almeno 100 ore, mentre quella specifica almeno 70. Un impegno abbastanza gravoso, per il quale sarà riconosciuto all’ente un contributo di 700 euro per ciascun giovane (contro i 180 euro attuali). Oltre a ciò, una parte delle risorse verrà destinata alla formazione dei formatori degli enti che partecipano alla sperimentazione, anche con la collaborazione centri di ricerca o istituti universitari esteri.
Il decreto, inoltre, prevede anche disposizioni in materia di sicurezza, tema sul quale vigilerà il ministero degli esteri. Prima di recarsi all’estero, i volontari saranno tenuti a partecipare ad attività di sensibilizzazione in materia di sicurezza, ma anche in loco le nostre rappresentanze diplomatiche organizzeranno attività specifiche nella zona di intervento.
Trattandosi di una sperimentazione è importante non solo che essa “funzioni” correttamente, ma che ci sia qualcuno a verificarla. Ci penserà un apposito Comitato di monitoraggio e valutazione, che oltre alle presenze istituzionali e ai rappresentanti degli enti vedrà la partecipazione di personalità del mondo accademico e della società civile con provata esperienza.
Fin qui i contenuti del decreto. Si attendono adesso le modalità operative per permettere agli enti di presentare i progetti, che saranno sottoposti a valutazione. Seguirà poi il bando speciale per raccogliere le candidature dei giovani e finalmente la partenza del primo contingente, che si spera possa avvenire entro fine anno.